2018 - Campioni del mondo


Quell’estate l’Italia era in lutto: la Nazionale di calcio non si era qualificata per i campionati mondiali 2018, che si conclusero rifilando il peggiore sberleffo possibile al popolo tricolore: la vittoria della Francia che, né calcisticamente né patriotticamente parlando ci è mai stata troppo simpatica.

La stizzita vendetta perpetrata da parte dei leoni da tastiera fu spietata, ricordandoci come i francesi non usassero il bidet, come il loro alito puzzasse sempre di aglio e come tutta la Parigi turistica sopravvivesse solo grazie alla presenza della Gioconda…

In Italia, escluso il calcio, apparentemente non c’è un altro sport che valga la pena di essere considerato e, pertanto, non fu certo con la pretesa di chissà quali fasti mediatici che ci incamminammo verso la Polonia e la città di Mosina, con obiettivo i nostri settimi campionati del mondo.
Appena giunti a destinazione, tuttavia, non potemmo fare a meno di notare che, tanto siamo bravi a parlare male dell’igiene anale dei francesi e della freschezza del loro alito,
altrettanto dimostriamo di essere bravi nel portare le infinite italiche beghe anche all’estero, alla vigilia del massimo evento mondiale, dove tutti avrebbero dovuto pensare esclusivamente a difendere l’onore del tricolore.

La situazione si era infatti evoluta dagli anni in cui io e la Dani facevamo un po’ macchietta a livello internazionale, essendo gli unici italiani attivi agonisticamente nel mondo; al mondiale 2018 la rappresentativa italica era decisamente più nutrita e fu con piacere che posammo nelle foto di rito con gli altri compatrioti.  

Ci sentimmo davvero poco italiani quando qualcuno rifiutò di salutarci, allungandoci solo una smorfia sdegnata, perché per lui noi eravamo “gli altri”, i non allineati, gli illegali e tali comunque restavamo benché si stesse posando per la foto ricordo all’ombra della maglia azzurra in terra straniera.

In realtà non riesco davvero a fargliene una colpa: le ideologie basate sul nulla sono molto diffuse nel Bel Paese e chi le predica sa bene che fanno più facilmente presa in certe teche craniche tanto povere di neuroni.
Tuttavia avere pochi e malfunzionanti neuroni è una iattura, uno scherzo della natura, una tara genetica; di certo non si può definire una colpa.
Peraltro già settecento anni fa Dante ebbe a lamentarsi di “coloro che visser sanza 'nfamia e sanza lodo”, indegni persino di accedere alle pene dell’Inferno e scaricati in un antinferno pieno di gente di cui nessuno voleva sapere più nulla, né in Alto, né in basso.

E così, incuranti dell’iponeuronico atteggiamento subito da qualcuno, rimembrammo anche noi il dantesco “non ragioniam di lor, ma guarda e passa” e andammo sul circuito, dove avremmo dato battaglia il giorno seguente, per la consueta ed indispensabile ricognizione.

Il tracciato era piuttosto lungo e poteva pertanto capitare che i bisogni fisiologici si facessero impellenti.
Raffa doveva fare pipì, ma i servizi erano a chilometri di distanza; per fortuna eravamo proprio nel bel mezzo di una foresta e quindi non fu un problema trovare una pianta dietro alla quale nascondersi, tanto in giro non c'era anima viva.
Raffa scelse la quercia preferita, scomparve dietro al tronco e io mi misi di vedetta casomai qualcuno comparisse ad interrompere la sua concentrazione.
Ma non andò così: per quegli incredibili casi che solo la legge di Murphy riesce spiegare e a volte neppure quella, ecco materializzarsi tra le piante il sorriso di Ingo, grande burlone, grande amico e ottimo atleta tedesco, che comparve all’improvviso quasi fosse stato teletrasportato dalla astronave Enterprise.

Lo fermai con grandi gesti delle braccia e con le pochissime parole di tedesco che conosco, cercando di fargli capire che oltre non si poteva andare.
Ingo afferrò poco del mio misero tedesco, ma comprese i miei gesti e, discretamente, non avanzò oltre.

Poi guardò in terra, dove c’era una pozzanghera, residuo delle piogge della nottata, grande abbastanza da bloccare un Land Rover e scoppiò a ridere come un pazzo, indicando la pozzanghera e gridando a squarciagola “Raffa pipì, Raffa pipì, Raffa pipì”, quasi che la Raffa nazionale avesse prodotto un quantitativo di liquido organico che neppure un Tirannosaurus Rex in forma smagliante sarebbe stato in grado di eguagliare.

Il capitano Kirk, lassù sulla Enterprise, realizzò la situazione e reagì impartendo il più classico dei suoi ordini: “Scotty, energia!”.
In un lampo si materializzò dal nulla l’intero team tedesco, davanti ad una imbarazzata Raffa che uscì dalla boscaglia aggiustandosi le vesti.
Il caso “Raffa pipì” divenne il più frequente argomento di conversazione della squadra teutonica e le risate di Ingo si sentirono risuonare per parecchio tempo nel parterre dei Mondiali 2018.

Arrivò il giorno della gara; faceva freddo e minacciava di piovere.
Invidiammo la Raffa che si stava già scaldando, perché la mezza maratona partiva di primo mattino, mentre per noi sprinter l’attesa sarebbe stata lunga.

Belli imbacuccati guardammo andare via decisa la nostra specialista delle lunghe distanze, con la sua meravigliosa tecnica e il suo caratteristico gioco di anche, che le valse un toscanissimo “o vedi un po’ Raffa, come la move bene il culo”, da parte del Roby, viareggino doc, in attesa di scattare per la velocissima cinquemila metri.

E, in effetti non solo il c…, ma soprattutto l’efficacia della tecnica di Raffaella, furono oggetto di lusinghiere critiche e di molti complimenti da parte dei tecnici e degli atleti presenti, che restarono affascinati dalla precisione del suo gesto, dalla costanza del passo, nonché dall’eccellenza dello suo stile.

Raffa concluse il primo campionato mondiale della sua carriera con un fantastico quinto posto, dietro alle solite ragazzine polacche e con un sorriso grande così per la gioia di avere domato in maniera eccellente la mezza maratona dell’evento più prestigioso di tutta l’annata.
Io, partito per i diecimila, già contento di essermi qualificato per la finale, mi classificai onesto e soddisfattissimo settimo, in un una lotta tra capelli bianchi e gioventù, tra esperienza e potenza, tra tecnica e irruenza.
Ma quel giorno, soprattutto, arrivò la fiammata della Dani, dritta sparata al traguardo per laurearsi campionessa mondiale AK 2018 sui diecimila metri, portando così in Italia il primo titolo iridato della storia del Nordic Walking agonistico di casa nostra.

La cerimonia di premiazione fu, come sempre, un momento di fratellanza, di condivisione, di gioia.
Le centinaia di spettatori presenti applaudirono i professionisti come gli amatori, gli atleti paralimpici come gli atleti ufficiali, le categorie junior e bambini come i “grandi”.
Tuttavia questo podio mondiale della Dani, che suggellava a livello planetario non solo la ormai indiscussa validità dell’atleta, ma anche la validità della scuola dove lei si era formata, la validità delle metodiche di allenamento e di preparazione atletica, che vanno in direzione assolutamente antitetica rispetto a chi pretenderebbe diritti di esclusiva e di unicità universale, andò giù di traverso a tanta gente.

Sui social, nei giorni successivi, comparvero commenti carichi di becera invidia di una bassezza tale che di più basso sul pianeta Terra non c’è neppure il fondo della fossa delle Marianne.
Chissà cosa manca alle volpi da tastiera… Capacità? Intelligenza? Obiettività? Allenamento? Concentrazione? Pazienza?

Io credo che, in fondo, manchi solo tanta umiltà, qualche neurone, oltre alla benché minima idea di cosa significhi fare dello sport ed essere sportivi, attività quest’ultima che, eccezion fatta per taluni campioni di qualche sport economicamente blasonato, non è mai stato un buon sistema né per fare soldi né per avere potere.
Il fatto che vi siano dei caporioni da quattro soldi che vorrebbero fare cassa avvalendosi del fanatismo di poveri ragazzi che faticano a fare una “O” col bicchiere e intanto aprono e riaprono e riaprono ancora il portafogli a favore dei loro sedicenti “guru”, non cambia la realtà.

Andiamo ragazzi, prima lo capirete e prima sarete finalmente liberi di fare dello sport in pace e in letizia col resto del mondo; le crociate sono finite nel quindicesimo secolo e, col senno di poi, non è che vi partecipò fece poi questa gran bella figura davanti ai posteri, visto che, nel nome di Cristo, di porcherie ne combinarono tante.

Qualora vi capitasse che i vostri rari neuroni riuscissero a fare un paio di scintille di quelle giuste, provate a farvene una ragione.