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Di gente famosa sul nostro lago
ne e’ vista tanta; i piu’ recenti George ed Ely sono stati
preceduti da un numero considerevole di cantanti, attori, calciatori,
politici ed altri VIP che hanno deciso di vivere sulle sponde del
Lario, o di trascorrervi periodi di vacanza e di relax.
I nomi si sprecano e comprendono personaggi di fama mondiale: da Lord
Byron ad Ugo Foscolo, da Brad Pitt a Lucio Battisti, passando per
calciatori come Ronaldo e Rummenigge e senza dimenticare il carosello
degli elicotteri che ogni anno trasportano i piloti del Gran Premio di
Formula 1 dall’autodromo di Monza ai nostri Hotel piu’
prestigiosi.
Molto dipende sicuramente dall’indiscussa bellezza del paesaggio,
dal prestigio di tante dimore e di altrettanti hotel, dalla vicinanza
con la metropoli e con la Svizzera, dalla possibilita’ di associare
la propria immagine ad un contorno da favola, o semplicemente dal
fatto di potere passare un periodo della propria vita sul lago piu’
bello del mondo.
Altrettanto pero’ e’ certamente dovuto alla nota riservatezza dei
comaschi, gente che non opprime i vicini di casa per quanto arrivino
da Hollywood, o siano idoli dei palcoscenici o degli stadi.
Giusto per continuare ad occuparci dell’inquilino piu’ recente ed
amato, e’ facile immaginare come per George sia stato un grande
piacere quello di potersi sparapanzare in pace sulla spiaggetta di
Villa Oleandra insieme alla sua compagna, una gioia per gli occhi dei
piu’, senza essere assalito da orde di ammiratori fanatici, oppure
di potere uscire tranquillo di casa con la barba lunga e le scarpe da
tennis, senza che nessuno mostrasse piu’ sorpresa di quella
riservata all’incontro con il portalettere, il parroco od il vigile
di zona.
I comaschi sono gente tranquilla, pacata e poco incline a
manifestazioni vitali al di sopra delle righe; un atteggiamento che a
qualcuno puo’ sembrare freddo od ostile, ma che racchiude invece
l’essenza di un carattere forgiato in secoli di vita e di lavoro tra
le montagne ed il lago, tra la pioggia abbondante ed il sole che non
c’e’ mai, tra il freddo di dieci mesi l’anno e la canicola degli
altri due.
I cumasc in selvadig, diceva sempre il nonno, al quale fece eco per
molti anni il mio papa’; i comaschi sono selvatici.
Non schivi, non riservati, non timidi, non freddi, non ostili:
selvatici; un termine che li’ per li’ potrebbe sembrare offensivo,
ma che esprime molto bene il modo di essere di coloro che affondano le
proprie radici sulle sponde del lago.
Selvatico anzi, selvadig, e’ l’animale che conta su se’ stesso
per vivere e per il quale ogni vicino puo’ essere un intruso, un
potenziale pericolo o, nella migliore delle ipotesi, qualcuno che si
puo’ ignorare.
E’ l’animale il cui mondo comincia in una tana, si espande in un
territorio definito ed a sera nella stessa tana deve in qualche modo
terminare, per potere dare vita e futuro alla propria discendenza.
Tuttavia, non necessariamente selvadig significa cattivo, brutto,
pericoloso; non necessariamente significa solitario, pauroso, ostile.
Ci sono animali selvadig assolutamente magnifici e mansueti, persino
quelli carichi di veleno come le vipere dei nostri monti, che basta
lasciarle stare e non attaccano mai per prime.
Ci sono animali selvadig che vivono in branco e che nel nome del
branco sono capaci di atti di grande coraggio.
Di certo, invece, l’animale selvadig non si lascia prendere
facilmente, si avvicina se e quando vuole lui, ma di solito non si
avvicina proprio e, se ci riesce, non si fa neppure vedere.
Talvolta l’animale selvadig fiuta il pericolo anche dove non
c’e’ e, per stare sempre dalla parte della sicurezza, preferisce
perdere un’occasione piuttosto che esporsi troppo per coglierla.
Se nelle frasi precedenti sostituissimo “l’animale selvadig” con
“il comasco”, credo che ne scaturirebbe uno spaccato a mio parere
molto esemplificativo del nostrano carattere, nel quale francamente mi
ritrovo assolutamente, visto che sono un selvadig DOC da piu’ di
mezzo secolo.
Certo, oggi siamo nella societa’ della globalizzazione; le culture,
gli idiomi, le religioni ed il colore della pelle si stanno
rimescolando e sempre di piu’ le giovani generazioni si trovano a
crescere ed a formare il proprio carattere in un mondo multiculturale
e multirazziale.
Sicuramente grazie a questa miscellanea di etnie presto l’umanita’
sapra’ parlarsi e comprendersi meglio di quanto non sia stata capace
di fare finora; chissa’ che proprio i nostri figli non siano gli
artefici di un mondo piu’ pacifico di quello che consegneremo loro
in eredita’.
Tuttavia, come accade per tante altre creature, a seguito di questo
rimescolamento di usi e costumi il comasco selvadig e’ a rischio di
estinzione.
Di certo ne’ il WWF ne’ nessun’altra associazione ambientalista
si muovera’ in favore di questa specie, che temo scomparira’ dalla
faccia della terra senza lasciare molti rimpianti.
Restera’ tanta gente schiva, tanta gente timida, tanta gente
riservata, persino tanta gente fredda ed ostile; il comasco selvadig,
invece, non ci sara’ piu’ e con lui scomparira’ l’opportunita’
unica di stringere un rapporto che solo con questo strano tipo di
essere umano era possibile.
Antoine de Saint-Exupery, che bene conosceva l’umanita’,
traccio’ nel suo libro “Il Piccolo Principe” un acquerello
delizioso descrivendo in poche righe la bramosia della volpe, animale
selvadig per eccellenza, di essere addomesticata dal Principino e
diventare quindi qualcosa di unico per lui.
E’ un gioco sottile e delicato quello tra i due protagonisti della
scena: “gli uomini non hanno piu’ tempo per conoscere nulla.
Comprano dai mercanti le cose gia’ fatte, ma siccome non esistono
mercanti di amici, gli uomini non hanno piu’ amici. Se tu vuoi un
amico, addomesticami", dice la volpe.
"In principio tu ti siederai un po' lontano da me, cosi’,
nell'erba. Io ti guardero’ con la coda dell'occhio e tu non dirai
nulla: le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai
sederti un po' piu’ vicino..." continua la volpe, che la
tradizione vuole come un animale furbo ed infido, al quale e’ meglio
non girare mai le spalle.
E cosi’, poco alla volta e senza uso di parole inutili, l’animale
selvatico cede alle lusinghe del Piccolo Principe, fino a fargli
esclamare: "Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne
ho fatto il mio amico ed ora e’ per me unica al mondo".
Questa e’ la grande differenza caratteriale che intercorre tra il
comasco selvadig e gli altri umani poco inclini alle relazioni
sociali: chi e’ timido puo’ essere incoraggiato, chi e’
scontroso puo’ essere addolcito, chi e’ freddo puo’ essere
toccato nell’animo, chi e’ ostile puo’ essere trasformato in
complice; il comasco selvadig va addomesticato, consci che questo
particolare rapporto comporta un legame psicologico ed affettivo che
va ben oltre alla normale amicizia o a qualunque altro rapporto umano.
Addomesticare un selvadig vuole dire riuscire a fargli assumere
comportamenti che sono lontani dalla sua natura e, in qualche modo,
farlo entrare in un mondo che non e’ il suo; non bastano affetto o
complicita’ per tutto questo: ci vogliono responsabilita’, impegno
quotidiano, creativita’, spirito di sacrificio.
Pero’ chi riesce nell’impresa puo’ essere certo di avere
conquistato un amico per la vita, di avere al proprio fianco una
persona appagata dalla sola idea della vicinanza, pronta a dedicare
l’esistenza al proprio partner.
Nella mia ormai non breve vita, di comaschi selvadig addomesticati
fino in fondo ne ho visti pochi: forse chi ci ha provato non era
all’altezza, forse non si e’ impegnato abbastanza, forse non era
davvero cosi’ interessato ad avere un amico o un compagno di quelli
speciali, o forse lo spirito selvadig era troppo forte ed il richiamo
della natura e della liberta’ hanno avuto il sopravvento.
In quei pochi casi dove, al contrario, ho visto realizzarsi il
miracolo, posso dire senza dubbio alcuno di avere assistito al
nascere, crescere ed evolversi di rapporti umani che sono andati ben
oltre le burrasche della vita e, talvolta oltre la vita stessa;
rapporti pregni di appagamento e di soddisfazione, si trattasse di
amicizia, di amore, o di infinite e meravigliose storie coniugali.
In tutto questo, ammaestratore ed ammaestrato hanno dato e ricevuto in
parti uguali ed hanno condiviso il segreto piu’ prezioso della vita,
quello custodito nel cuore di ogni selvadig che, da persona poco
attratta dall’esteriore, ma molto attenta alla sostanza, ha ben
chiaro cio’ che Saint‑Exupery mise sulle labbra della volpe e
che rappresenta la chiave di volta di un’esistenza felice:
"Ecco il mio segreto. E' molto semplice: non si vede bene che col
cuore. L'essenziale e’ invisibile agli occhi".
 
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